5 infografiche sullo stigma nella formazione degli adulti (Rom e non Rom)
Educazione degli adulti, stigma e inclusione: leggere ciò che resta sotto la superficie
Un percorso visuale per il progetto Erasmus+ “Educational Perspectives: Understanding the Needs of Adult Roma”
Il progetto Erasmus+ Educational Perspectives: Understanding the Needs of Adult Roma nasce per esplorare i bisogni formativi degli adulti Rom e, più in generale, per riflettere su come l’educazione degli adulti possa diventare uno spazio reale di inclusione, partecipazione e riconoscimento.
Codice progetto: 2025-1-RS01-KA210-ADU-000356338
Partner: ROMAG – Serbia, coordinatore del progetto; T.C. Eskişehir Aile ve Sosyal Hizmetler İl Müdürlüğü – Turchia; Agrupamento de Escolas Martim de Freitas / AEMF – Portogallo; Stigmamente APS – Italia.
Le infografiche realizzate da Stigmamente APS – Centro Studi Diversità Fragili propongono un percorso visivo e concettuale sul rapporto tra formazione adulta, stigma, stereotipi, pregiudizi e sviluppo sociale. L’obiettivo non è produrre immagini decorative, ma costruire strumenti di comunicazione capaci di rendere visibili dinamiche spesso nascoste.
Quando un adulto non partecipa a un corso, abbandona un percorso o mostra difficoltà nell’apprendimento, la spiegazione più rapida è spesso la più superficiale: “non è motivato”, “non ha tempo”, “non è portato”, “alla sua età è difficile”. Le infografiche invitano invece a cambiare prospettiva: dietro ogni difficoltà formativa possono esserci vincoli materiali, biografici, emotivi, sociali e istituzionali.
Nel caso degli adulti Rom, questi elementi possono intrecciarsi con esperienze storiche di esclusione, discriminazione, marginalità economica, distanza dalle istituzioni e sfiducia verso contesti educativi percepiti come non accoglienti. Per questo parlare di educazione degli adulti significa anche parlare di fiducia, accessibilità, mediazione culturale, riconoscimento delle competenze e contrasto allo stigma.
Infografica 1
Le difficoltà formative degli adulti: un iceberg diverso
La prima infografica utilizza la metafora dell’iceberg per spiegare una differenza fondamentale: le difficoltà formative degli adulti non coincidono con quelle dei bambini, dei ragazzi o degli adolescenti.
Nei più giovani, molte difficoltà si manifestano dentro il sistema scolastico: rendimento, motivazione, relazione con i pari, orientamento, supporto familiare, continuità educativa. Negli adulti, invece, l’apprendimento entra in relazione con una vita già strutturata. La formazione deve confrontarsi con lavoro, famiglia, cura, salute, reddito, trasporti, tempo disponibile e fiducia nelle istituzioni.
La parte visibile dell’iceberg comprende gli ostacoli più immediati: mancanza di tempo, turni di lavoro, cura dei figli o dei familiari, difficoltà economiche, problemi di spostamento, interruzioni, assenze, bassa partecipazione. Sono elementi reali, concreti, osservabili.
Sotto la superficie, però, si trovano barriere meno evidenti ma altrettanto decisive: paura di non farcela, vergogna, bassa autostima, esperienze scolastiche negative, sfiducia nelle istituzioni, timore del giudizio, esclusione sociale, difficoltà linguistiche o culturali, senso di non appartenenza.
Questa distinzione è importante perché impedisce di leggere la mancata partecipazione come semplice “mancanza di volontà”. Un adulto può desiderare di apprendere, ma non disporre delle condizioni concrete per farlo. Può essere interessato a migliorare le proprie competenze, ma temere di esporsi a un nuovo fallimento. Può riconoscere il valore della formazione, ma percepire l’ambiente educativo come distante, giudicante o poco utile per la propria vita.
Nel caso degli adulti Rom, l’iceberg può essere ancora più profondo. Le barriere materiali si sommano spesso a esperienze pregresse di discriminazione, a rapporti fragili con le istituzioni, alla memoria di percorsi scolastici segnati da separazione o svalutazione, alla difficoltà di conciliare formazione, lavoro informale, famiglia e appartenenza comunitaria.
Per questo l’educazione degli adulti non può limitarsi a “offrire corsi”. Deve costruire condizioni di accesso, fiducia, accompagnamento e riconoscimento.
Infografica 2
Psicologia positiva e strategie formative: cosa aiuta davvero gli adulti a rientrare nell’apprendimento
La seconda infografica sposta l’attenzione dalle barriere alle possibilità. Se la prima mostra ciò che ostacola il ritorno alla formazione, la seconda indica le condizioni che possono aiutare un adulto a rientrare in un percorso educativo.
Le parole chiave sono: autoefficacia, motivazione, relazioni di supporto, senso, utilità, resilienza.
L’autoefficacia riguarda la percezione di poter riuscire. Molti adulti non abbandonano perché incapaci, ma perché non credono più di poter apprendere. Ricostruire fiducia è quindi parte integrante del processo formativo.
La motivazione non può essere pensata in modo astratto. Gli adulti apprendono meglio quando comprendono a cosa serve ciò che stanno imparando: per il lavoro, per la famiglia, per la cittadinanza, per la salute, per l’autonomia, per la partecipazione sociale.
Le relazioni di supporto sono decisive. Un ambiente formativo non giudicante, capace di accogliere errori, tempi diversi e storie personali complesse, favorisce la partecipazione. Mentoring, peer learning, tutoraggio, piccoli gruppi e figure di mediazione possono ridurre isolamento e vergogna.
Il senso e l’utilità rendono l’apprendimento adulto più concreto. Un adulto non entra in formazione come una pagina bianca: porta esperienze, competenze informali, responsabilità, saperi pratici, strategie di sopravvivenza e conoscenza del mondo. Una buona formazione non cancella questa biografia, ma la trasforma in risorsa.
La resilienza non va intesa come obbligo individuale a “resistere”, ma come capacità che cresce quando il contesto offre sostegno, accessibilità e riconoscimento. Non si chiede all’adulto fragile di adattarsi da solo a un sistema rigido; si costruisce un sistema più capace di accogliere adulti con storie, tempi e bisogni diversi.
Le strategie formative più coerenti con questa prospettiva sono:
percorsi flessibili e modulari;
orari compatibili con lavoro e cura familiare;
riconoscimento delle competenze pregresse;
linguaggio chiaro e non giudicante;
apprendimento pratico e orientato alla vita reale;
mentoring e peer learning;
mediazione culturale;
coinvolgimento delle associazioni Rom e delle comunità locali;
materiali accessibili anche per adulti con bassa literacy;
ambienti psicologicamente sicuri;
valorizzazione dei piccoli successi.
Nel lavoro con adulti Rom, queste strategie assumono un valore ancora più importante. L’apprendimento può diventare più efficace quando riconosce il ruolo della famiglia, della comunità, delle reti di fiducia e dei mediatori. Non si tratta solo di portare le persone dentro un’aula, ma di costruire ponti tra mondi sociali che spesso si sono guardati con distanza o diffidenza.
Infografica 3
Lo stigma verso l’adulto che apprende: stereotipi, vergogna e pregiudizi
La terza infografica affronta il tema dello stigma verso l’adulto che apprende. Non tutti gli ostacoli sono materiali. Alcuni nascono dalle immagini sociali negative che accompagnano l’adulto in formazione.
Tra gli stereotipi più frequenti troviamo l’idea che l’adulto non abbia più un “cervello scattante”, che sia meno flessibile, meno rapido, meno capace di imparare cose nuove. A questo si aggiunge il pregiudizio secondo cui chi non partecipa o abbandona sarebbe semplicemente pigro, poco motivato o poco interessato.
Un altro stereotipo riguarda la paura del fallimento: l’adulto viene rappresentato come bloccato, fragile, troppo preoccupato, incapace di affrontare la fatica dell’apprendimento. In realtà, ciò che appare come paura individuale può essere l’effetto di esperienze precedenti di giudizio, umiliazione, esclusione o insuccesso.
Questi stereotipi producono frasi apparentemente innocue ma molto dannose: “alla loro età è troppo tardi”, “con la tecnologia sono persi”, “non sono capaci di apprendere cose nuove”, “se iniziano un corso dureranno poco”. Sono frasi che riducono la persona adulta a un deficit, cancellando esperienza, desiderio, competenze e possibilità di cambiamento.
La vergogna diventa allora una barriera centrale. Un adulto può evitare la formazione non perché non ne riconosca l’importanza, ma perché teme di essere giudicato. Può non chiedere aiuto perché teme di mostrare una difficoltà. Può nascondere il proprio bisogno formativo perché lo vive come una colpa o come una prova di inferiorità.
La psicologia sociale ha mostrato che gli stereotipi non sono semplici opinioni. Possono influenzare le aspettative, il comportamento degli educatori, la fiducia dei discenti e perfino le prestazioni cognitive. Il cosiddetto stereotype threat descrive proprio il rischio che una persona, temendo di confermare uno stereotipo negativo sul proprio gruppo, viva ansia e riduzione della performance.
Per questo è necessario cambiare narrazione. Gli adulti che apprendono non sono studenti “fuori tempo”. Sono persone che portano nel percorso formativo risorse specifiche: esperienza di vita, pensiero critico, capacità di collegare teoria e pratica, orientamento al problema, riflessività, responsabilità, motivazione legata a bisogni reali.
Riconoscere queste risorse non significa negare le difficoltà, ma leggerle in modo più corretto. L’adulto che apprende non va infantilizzato, compatito o giudicato. Va accompagnato in un percorso che tenga insieme dignità, competenze pregresse, fragilità e possibilità di sviluppo.
Infografica 4
Perché parlare di stigma, stereotipi e pregiudizi nella formazione degli adulti
La quarta infografica chiarisce perché il tema dello stigma non è solo una questione psicologica o morale. Parlare di stigma, stereotipi e pregiudizi nella formazione degli adulti significa parlare di politiche pubbliche, risorse economiche, qualità dei servizi, sviluppo territoriale, capitale umano e giustizia sociale.
Gli stereotipi influenzano le policy. Se una popolazione, un gruppo sociale o un territorio vengono percepiti come “poco educabili”, “poco motivati” o “difficili da coinvolgere”, le istituzioni possono investire meno. Possono progettare percorsi meno ambiziosi, destinare meno risorse, ridurre l’orientamento, semplificare eccessivamente l’offerta o non riconoscere il potenziale di sviluppo materiale e immateriale di quella comunità.
In questo senso, lo stereotipo non resta nel linguaggio: può diventare criterio implicito di distribuzione delle opportunità. Influenza le risorse economiche, le priorità formative, le strategie di intervento, la qualità dei servizi e le linee di sviluppo di una popolazione o di un territorio.
I pregiudizi inficiano anche l’efficacia e l’efficienza del processo formativo. Dal lato educativo, possono produrre basse aspettative, progettazioni poco aderenti alla vita reale degli adulti, linguaggi giudicanti, scarsa personalizzazione e minore investimento nella relazione formativa. Dal lato dell’apprendimento, possono generare vergogna, ritiro, bassa fiducia, paura del fallimento, scarso coinvolgimento e abbandono.
La scarsa adesione o la bassa qualità dei risultati può allora creare un percorso distorto di convincimento. Gli stakeholder istituzionali e formativi vedono confermato il proprio scetticismo iniziale: “abbiamo provato, ma non partecipano”, “non sono interessati”, “non sono pronti”, “non vale la pena investire troppo”. I discenti, dall’altra parte, spesso non hanno le risorse, le condizioni, la fiducia o la legittimazione sociale per confutare quello scetticismo.
Si attiva così una dinamica vicina alla profezia che si autoavvera: un’aspettativa negativa produce condizioni sfavorevoli; le condizioni sfavorevoli producono bassa partecipazione o esiti deboli; quegli esiti vengono letti come conferma dell’aspettativa iniziale.
Da questo ciclo nascono narrazioni di negazione, traslazione e giustificazione.
La negazione afferma che il problema non esiste o che riguarda solo casi isolati. La traslazione sposta la responsabilità esclusivamente sui discenti, sulle famiglie o sulle comunità. La giustificazione interpreta la disuguaglianza come inevitabile, naturale o dipendente da una presunta mancanza di volontà.
Queste narrazioni mantengono lo status quo sociale. A prevalere sono il giudizio sommario negativo, la vergogna, la distanza sociale tra le parti interessate e il disconoscimento delle diversità fragili. La conseguenza è il rafforzamento della distanza sociale e dell’intolleranza verso le differenze anagrafiche, culturali e sociali.
La quarta infografica include anche una dimensione economica. Investire nella formazione adulta non è solo una scelta etica o sociale: è una scelta di sviluppo. La formazione degli adulti è collegata a occupabilità, reddito, produttività, innovazione e capacità dei territori di adattarsi ai cambiamenti.
I dati europei mostrano che una parte rilevante degli adulti partecipa ad attività di istruzione e formazione, e che una quota molto ampia della formazione non formale è collegata al lavoro. Studi OCSE indicano che la formazione legata al lavoro e l’apprendimento informale sono associati a migliori ritorni salariali. Altri dati OCSE collegano l’aumento delle competenze alla produttività delle imprese.
Questo significa che lo stigma verso l’adulto che apprende non danneggia solo la persona. Riduce la partecipazione, indebolisce la fiducia, limita le competenze disponibili, frena l’innovazione e impoverisce il capitale umano di famiglie, comunità, imprese e territori.
Per questo parlare di stigma non significa accusare, ma rendere visibili i meccanismi che riducono efficacia formativa e sviluppo sociale. Contrastare stereotipi e pregiudizi consente di progettare percorsi più equi, più realistici, più accessibili e più trasformativi.
Infografica 5
La profezia che si autoavvera: come nasce e si rafforza lo stigma
La quinta infografica approfondisce il meccanismo della profezia che si autoavvera, già richiamato nella quarta tavola. Qui il tema viene isolato e mostrato come ciclo sociale.
Il processo può iniziare da uno stereotipo: “gli adulti non imparano”, “i poveri non partecipano”, “i Rom non si fidano della scuola”, “chi ha bassa istruzione non è motivato”, “chi ha una fragilità non regge un percorso formativo”. Da questo stereotipo nascono aspettative basse.
Le basse aspettative possono tradursi in minori risorse, minore qualità dell’offerta, minore flessibilità, minore orientamento e minore fiducia. Il percorso formativo diventa meno accessibile, meno motivante, meno aderente alla vita reale dei discenti.
A quel punto la partecipazione può diminuire. Gli adulti possono non iscriversi, interrompere, frequentare poco o non riuscire a ottenere risultati significativi. Ma invece di leggere questi esiti come effetto di un contesto non adeguato, il sistema può interpretarli come conferma del pregiudizio iniziale.
Il ciclo diventa:
stereotipo iniziale;
aspettative basse;
minori risorse e opportunità;
percorsi poco accessibili o poco motivanti;
scarsa adesione o risultati deboli;
conferma apparente del pregiudizio;
rafforzamento dello stigma.
Questo meccanismo può riguardare diversi tipi di stigma: età, povertà, bassa istruzione, disabilità, salute mentale, migrazione, appartenenza Rom o altra appartenenza minoritaria.
La profezia che si autoavvera agisce a più livelli. Agisce nelle policy, quando si decide quanto investire. Agisce nei servizi educativi e sociali, quando si progettano percorsi più o meno accessibili. Agisce nella relazione tra formatori e discenti, quando le aspettative implicite modificano il modo in cui si insegna e si accompagna. Agisce nell’autostima e nell’autoefficacia, quando le persone interiorizzano il giudizio sociale. Agisce nella reputazione dei gruppi, quando gli esiti fragili di alcuni vengono generalizzati a un’intera comunità.
Spezzare questo ciclo richiede azioni precise: riconoscere i pregiudizi, alzare le aspettative in modo realistico, creare sicurezza psicologica, usare un linguaggio non giudicante, investire in accessibilità e mediazione, valorizzare le competenze pregresse, riconoscere i piccoli successi e costruire fiducia progressiva.
La formazione adulta diventa così non solo trasmissione di contenuti, ma ricostruzione di possibilità. Ogni percorso che riduce vergogna, isolamento e sfiducia contribuisce a interrompere la profezia negativa e a produrre nuove traiettorie di partecipazione.
Conclusione
L’adulto che apprende come risorsa sociale
Il messaggio complessivo delle infografiche è semplice: l’adulto che torna ad apprendere non è un problema da correggere, ma una risorsa da riconoscere.
Le difficoltà formative degli adulti non vanno ridotte a mancanza di volontà. Spesso sono il risultato di barriere materiali, emotive, sociali e istituzionali. Lo stigma rende queste barriere più pesanti, perché trasforma la difficoltà in colpa, la fragilità in difetto, la distanza in disinteresse.
Per gli adulti Rom, e per tutti i gruppi esposti a vulnerabilità sociali, la formazione può diventare uno spazio di riconoscimento solo se non riproduce le stesse distanze che hanno generato esclusione. Servono percorsi flessibili, accessibili, culturalmente sensibili, capaci di coinvolgere le comunità e di riconoscere le competenze già presenti.
Parlare di stigma nella formazione degli adulti non divide: aiuta a capire dove intervenire. Permette di progettare politiche più attente, servizi più efficaci, relazioni educative più rispettose e percorsi più capaci di generare fiducia.
Una mente è sana se comunica. Anche una comunità è più sana quando rende possibile l’apprendimento, la partecipazione e il riconoscimento delle proprie diversità fragili.
Bibliografia essenziale
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